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Tsunami di sangue dall’oblò
scorre lento, un piccolo spiffero
di luce incavata nel Monte Olimpo marziano.
Osservo da un loculo muto e remoto
le orde di scritte echeggiare nel limbo.
Spariranno gli astri, all’ombra d’altre ombre,
ombre sedicenti, ma scarne,
sfilacciate nei veli dell’abisso.
I lamenti eterni soffiano e soffiano,
senza tregua, senza volto,
mi trascinano come il vento una vela.
Ma la vela resta accinta all’albero.
Vorrei uno strallo
che spezzi il vuoto,
che squarci il silenzio,
che mi stacchi dal nulla.